Respighi e il fascismo, a cura di Daniele Gambaro
Le vicende umane e artistiche di Respighi si intrecciano indissolubilmente con il momento storico – tragico e irripetibile – del primo Novecento italiano.
Momento che vede da un lato completato il difficile processo di unificazione nazionale, con tutte le complesse ripercussioni di carattere sociale ed economico conseguenti alla raggiunta unità nazionale, e dall'altro l'entrata dell'Italia in una sanguinosa guerra (1915-1918) che interrompe bruscamente un periodo di relativa calma sul fronte dei conflitti internazionali. Respighi ovviamente risente di tale situazione (una testimonianza dalla moglie Elsa evidenzia la grandissima apprensione del marito durante il periodo bellico) sia come persona che come artista, sebbene il brano che per primo ha consegnato il compositore bolognese alla storia (Fontane di Roma) sia datato 1916.
Ma se l'aspetto della relazione di Respighi con il periodo pre fascista (in pratica fino al 1920) non ha suscitato particolari interessi o indagini critiche - nonostante sia proprio in questo ben determinato momento storico che si sia formata la personalità artistica del compositore - di ben altra portata è il suo legame con il regime mussoliniano.
Le ripercussioni di tale legame hanno fatto si che la critica – anche recente - abbia riscontrato una sostanziale affinità dell'opera di Respighi con l'ideologia fascista (il parallelo tra la Trilogia Romana e l'idealizzazione fascista della gloria dell'impero è evidente e diretto); per tale motivo, il giudizio musicale espresso ricalca una certa indifferenza se non una implicita negatività.
Occorre invece, a distanza di un secolo, valutare il fatto musicale di per sé stesso, operando una consapevole e ragionata scissione tra una sincera valutazione artistica (che può naturalmente assumere connotati aspramente critici) e il contingente momento storico: è quindi importante osservare dall'alto il panorama di un'epoca storica complessa e contraddittoria.
Per fare ciò, è utile tracciare un perimetro che sintetizzi l'influenza della propaganda fascista sulla vita delle persone e – ovviamente – sul loro lavoro.
Un breve estratto da un recentissimo saggio di Paolo Flore d'Arcais, anche se non elenca ovviamente tutti gli aspetti dell'influenza fascista sul vivere quotidiano, ben rappresenta uno stato d'animo diffuso: l'immersione giorno dopo giorno in un regime dittatoriale che regolava, normava, irreggimentava la vita degli italiani: “In sostanza non c'è momento o aspetto della giornata che si sottragga alla coscrizione etico politica del regime. Il cui ideale è la fascistizzazione dell'esistenza. Più che mai questa volontà totalitaria si esercita nei confronti della cultura. Viene smantellata la secolare autonomia delle università: tutti i docenti sono chiamati al giuramento di fedeltà al fascismo. Si piegheranno tutti, tranne dodici (o quattordici, secondo altri calcoli) su 1.250. Un discorso a parte merita il cinema, a cui il regime darà enorme impulso, e nella consapevolezza delle sue potenzialità di suggestione. Strettamente fascisti sono i cinegiornali, che precedono la proiezione di ogni film. Di scarso successo i film esplicitamente propagandistici, mentre i due filoni che attirano il grande pubblico sono i kolossal sull'antica Roma (che intendono suggerire un'analogia con l'impero fascista) e i 'telefoni bianchi', storie intimistiche della buona borghesia che 'distraggano' dai problemi della vita reale. In fascismo, insomma, vuole saturare della sua presenza tutti gli ambiti dell'esistenza perché vuole creare un nuovo tipo di essere umano”1.
Può Respighi fuggire a tale destino? Può una delle maggiori espressioni artistiche del primo Novecento italiano (morto nel 1936 e quindi ben prima delle leggi razziali, ovvero prima del deterioramento verticale delle politiche del fascio) annichilire la propria personalità artistica in una nazione che contava circa 20 milioni di iscritti all'unico partito italiano? E' razionale aspettarsi questo? Ma soprattutto, può tutto ciò avere un'influenza sulla valutazione di un prodotto artistico?
Affiora subito un paragone con Wagner, la cui musica è stata la colonna sonora del nazismo, l'accompagnamento ai peggiori delitti contro l'umanità, lo sfondo musicale per una pulizia etnica che ha coinvolto milioni di vittime innocenti: per tale motivo è lecito distruggerla? Può essere evocato per la musica di Wagner un rogo come quelli avvenuti nella stessa Germania nel 1933? Si dirà giustamente che Wagner non è stato parte sostanziale del progetto nazionalsocialista, ovvero che non ha partecipato attivamente (non avrebbe potuto essendo deceduto nel 1883) al criminoso disegno nazista, benché nella sua personalità affiorino chiaramente inequivocabili – e inquietanti - paralleli.
Respighi è stato al contrario un intellettuale che ha fornito un contributo tangibile, con la sua adesione all'Accademia d'Italia, alla massima espressione culturale del fascio.
Non solo, ma la nomina a Direttore del Conservatorio di Santa Cecilia nel 1923 (ruolo ricoperto sino al 1926) non è certo avvenuta senza il coinvolgimento o senza il benestare del partito. E' quindi da verificare se questa – dalle parole di Elsa Respighi non entusiastica2 – adesione a quello che è un regime dittatoriale debba o possa avere un risvolto negativo sulla poetica respighiana.
La risposta – certo semplicistica ma esaustiva – risiede nell'essere ognuno figlio del proprio tempo, apparentato con gli eventi storici e sociali non per scelta voluta ma per casualità: Il destino è quindi una componente fondamentale nella vita di un uomo e Respighi non fa eccezione.
Si potrà certo obiettare che, così come il destino è una prerogativa inscindibile, anche la libertà di scegliere lo è: il libero arbitrio permette ad ognuno di valutare la propria condizione e di raffrontarla con l'elenco di valori che rappresentano la propria personalità e i propri interessi e, di riflesso, di mettere in atto scelte anche drastiche per mettersi in condizione di poter dire “non in mio nome”.
La dignità di determinate scelte, il rifiuto di determinati compromessi, l'opposizione a scelte liberticide sono condizioni alla portata di ognuno e chiaramente Respighi non fa eccezione. Ma, nel caso del ventennio, tali scelte virtuose non potevano poi non essere causa di pesanti ripercussioni: l'esempio dell'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto dopo un suo durissimo intervento alla Camera dei deputati di denuncia di scandalosi brogli elettorali, testimonia come l'epoca non ammetteva il dissidio, non concepiva un scostamento dal pensiero unico inculcato dalla propaganda, non tollerava il dissenso ma lo puniva con il mezzo ritenuto più facile e veloce: la violenza fisica.
E allora occorre tentare di calarsi nei panni di una persona riservata, caratterialmente amante della tranquillità, con un interesse ben preciso ed un talento vero, non posticcio o sopravvalutato, per l'arte musicale.
Respighi, in definitiva, vuole fare musica.
Purtroppo si trova a doverla fare in un periodo non felice e, per poter esprimere in pieno la propria arte, accetta il compromesso. Nulla, nella biografia curata dalla moglie Elsa, lascia supporre un'aderenza convinta al regime o una condivisione di intenti: la voglia di emergere e le grandi capacità artistiche sono l'unica guida delle scelte di Respighi.
Quindi arrivista a tutti i costi? La domanda avrebbe senso se, come in una miriade di esempi attuali che si potrebbero citare, l'emergere di Respighi fosse sostenuto non da una solida preparazione musicale e artistica, non da un'arte musicale di riconosciuta eccellenza, non dall'omaggio dei maggiori musicisti suoi contemporanei, ma da scorciatoie, da favoritismi, dall'essere “l'amico di”. Così non è stato: Respighi ha avuto una carriera e una notorietà riconosciuta a livello internazionale non intaccata dal suo essere italiano che, anzi, può essere stata sfruttata proprio dal regime per darsi un contegno, per appropriarsi di un'eccellenza che consegna prestigio ad una nazione che si proclama pomposamente Impero.
Ecco quindi che questo do ut es tra Respighi e il fascismo fa emergere un interrogativo pesante: è Respighi che si è servito del regime o è il regime che ha utilizzato a suo uso e consumo le maggiori personalità dell'epoca? Supponendo di affermare con assoluta certezza che Respighi sia stato profondamente e convintamente fascista, è questa una condizione tale per cui la sua opera debba per riflesso assumere connotati di negatività a prescindere dalla propria caratura artistica?
E ancora, conseguentemente, tutto ciò che è stato creato dal regime (siano infrastrutture, provvedimenti legislativi e sociali, proposte culturali o altro) è da ritenersi inevitabilmente corrotto?
E' opinione di chi scrive che compito di un osservatore è valutare lo stato delle cose scindendo su successivi livelli di analisi i diversi fenomeni di un'epoca, ponendo nel caso specifico al centro dell'attenzione la qualità del prodotto artistico e le sue peculiarità.
Una Trilogia Romana che è opera di pittura sonora, sollecitata dal contatto con una città certo tra le più uniche al mondo, con un carico di storia non paragonabile a quello di altre realtà, prescinde da un accostamento ad una cultura che è la cultura dominante dell'epoca. Il fascino subito da Respighi – che ha sempre considerato la metropoli romana con una certa diffidenza – si è realizzato già nel 1916 con Fontane, opera che non può certo essere accusata di essere propagandistica per ovvi motivi cronologici.
Anche la gestazione di Pini di Roma, eseguiti nel dicembre del 1924, l'anno tragico del delitto Matteotti, può essere vista solo in parte come omaggio ad un regime che ancora non è definito, non ha ancora assunto i connotati illiberali che hanno caratterizzato la successiva dittatura.
Si tratta quindi di opere che non possono essere catalogate come “manifesto musicale” di un regime dittatoriale, che semmai le ha contaminate con i suoi inquietanti atti.
La loro valutazione deve quindi ricollegarsi al puro evento musicale, tenendo in debita considerazione il fatto che – come testimoniato dalla moglie Elsa – l'inserimento di riferimenti extra musicali tipici del poema sinfonico vengono apposti da Respighi al termine della composizione, diventandone così non un tratto portante ma un elemento aggiunto.
Concludendo, la indubbia vicinanza di Respighi al regime fascista deve essere valutata – o condannata – separatamente dal contenuto della sua arte che, anzi, merita quel processo di revisione critica che non è ancora stato sufficientemente messo in atto, sia per quanto riguarda i capolavori della Trilogia sia le opere – forse anche più meritevoli – che non rientrano nel novero dei grandi capolavori del primo Novecento italiano.



 1 Paolo Flores d'Arcais – Micromega 1/2011 pag 8
2Respighi è presente all'aggressione fascista ai danni di Toscanini, inserendosi come parlamentare tra le due fazioni e condannando decisamente la violenza fisica subita dall'illustre direttore
       
   

I contenuti di questo sito sono liberi, come libera è la pubblicazione di qualsiasi intervento attinente gli argomenti proposti. Se si desidera fornire il proprio contributo critico, musicologico o altro, basta inviare una mail, allegando al contenuto da pubblicare un sintetico profilo dell'autore. Grazie. 
ideazione e realizzazione M° Daniele Gambaro