Ottorino Respighi: un'idea di modernità del Novecento: recensioni
Segnaliamo un ottimo volume di Daniele Gambaro, uscito di recente per Zecchini Editore, su uno dei musicisti più rappresentativi del primo Novecento italiano: Ottorino Respighi. Il musicista bolognese trova notorietà soprattutto per alcuni eccellenti lavori sinfonici quali Fontane di Roma, Pini di Roma e Feste romane ma il repertorio di Respighi è ben più ampio e bisognoso di maggior frequentazione. Il libro di Gambaro, scritto in modo chiaro e documentato, sottotitolato "Un'idea di modernità del Novecento" è strutturato in sette capitoli. Nei primi quattro si da molto spazio al contesto storico italiano ed europeo nel quale è vissuto il musicista inquadrando in modo adeguato il linguaggio musicale di quei fondamentali periodi storici e la sua diversificata evoluzione. Nel quinto capitolo gli elementi biografici della vita di Respighi e una precisa tavola sinottica sulle sue composizioni inquadrano in modo esauriente la figura del compositore. Fondamentale per la trattazione del volume la documentazione fornita da Elsa Respighi, pianista, musicista e moglie di Ottorino. Nel sesto capitolo si entra nella peculiarità stilistica del linguaggio di Respighi fornendo anche numerosi esempi con notazioni tratte dalle sue partiture. L'ultimo interessante capitolo pone l'attenzione sulla produzione pianistica di Respighi, un settore compositivo sconosciuto ai più. Un libro necessario per chi vuole conoscere o approfondire il Primo Novecento italiano e soprattutto la figura di Respighi. Si consiglia vivamente l'acquisto del volume.
Cesare Guzzardella     www.corrierebit.com     4 dicembre 2011


La tesi di laurea sulla musica pianistica di Respighi ha permesso a Daniele Gambaro di crearle attorno questo generoso volume sul grande compositore italiano, dove però la trattazione del lato pianistico della produzione respighiana surclassa abbondantemente quella sul Respighi sinfonico (a parte la celebre trilogia romana), vocale e operistico. Vi e` una ben documentata parte biografica, secondo le testimonianze di quella donna eccezionale che fu la moglie Elsa: la carriera internazionale sempre più fulgida, la figura del didatta, le relazioni con i grandi della musica, il difficile rapporto col regime. Ma il libro e` anche la storia, nella figura di uno dei suoi maggiori artisti, della rinascita musicale di una Nazione, che si riappropria della sua tradizione strumentale e sinfonica con una nuova « modernità » (sostantivo evidenziato nel sottotitolo). Si parte quindi da una trattazione del contesto storico dall’Ottocento al ventennio fascista, esaminato poi attraverso le nuove istanze artistiche presenti in Europa e in particolare in Italia, per collocare poi – ivi ambientata – la figura di Respighi studiata nei motivi portanti del suo linguaggio, in relazione anche a quanto veniva fatto nella musica del suo tempo. All’autore non interessa la completezza di uno studio a tutto campo sulla produzione respighiana ma la chiarezza dell’analisi su quanto scelto di trattare. E proprio l’approfondimento sull’argomento pianistico non manca di rivelarci inediti, sorprendenti particolari. Utilissimi a questo scopo gli innumerevoli esempi musicali, il catalogo delle opere, la bibliografia e l’indice dei nomi.
Riccardo Risaliti - Musica n° 232, dicembre 2011/gennaio 2012


Respighi, il cocco di Strauss
Richard Strauss dichiarava la propria stima a un solo compositore italiano dei suoi tempi: Ottorino Respighi, nato a Bologna lunedì 9 giugno 1879, morto a Roma sabato 18 aprile 1936. Non pari ammirazione Strauss sentiva per Puccini, né per le opere del periodo centrale di Verdi (proprio le più amata dal pubblico italiano). le ragioni di tale predilezione s'intendono facilmente: l'opzione prevalente di Respighi per la musica strumentale, non per il teatro d'opera, piaceva al compositore bavarese, che pure era un operista di gigantesche dimensioni ma trovava insopportabilmente scontate le convenzioni della scena musicale "all'italiana"; il talento d'orchestratore avvicinava Respighi a Wagner (ma a torto Strauss sottostimava le qualità orchestrali e timbriche di Verdi e di Puccini, e in genere degli italiani: dei "maccaroni", degli "...ini", come egli li chiamava).
Più incerta è la risposta a un quesito più serio e profondo: se, cioè, Strauss abbia privilegiato Respighi poiché lo considerava più oppure meno rappresentativo della modernità nell'ambito della tradizione musicale italiana. Ma questa domanda si lega a una questione generale e di vastissima portata: il significato della musica straussiana, nel suo insieme, dinanzi alla modernità.
Daniele Gambaro, pianista e studioso del pianoforte e del clavicembalo, musicista e saggista di robusta tradizione piemontese, parte da un assunto. Raccontare il primo Novecento italiano, più o meno dal futurismo fino alle soglie della seconda guerra mondiale, significa in gran parte ripercorrere il cammino della musica italiana lungo gli anni in cui la tentazione della modernità, spesso velleitaria negli anni dell'incontro tra Wagner e i musicisti italiani, diventa progetto ben organizzato: Martucci, Casella, Malipiero, Pizzetti, Toscanini, Guarnieri, Bastianelli, e, inevitabilmente, Respighi.
In un quadro storico che comprende la "religione laica" fiorita intorno alla vicenda risorgimentale, lo sviluppo economico dell'Italietta, le avventure espansionistiche, la prima guerra mondiale, il fascismo, la cultura tra dannunzianismo, futurismo e fascismo, Gambaro si pone una serie di problemi ancora insufficientemente indagati: se la nuova musica italiana della generazione dell'Ottante in poi sia stata in prevalenza vera novità o esercizio stilistico; se in compositori di musica sinfonica ("nuova" per il pubblico italiano di allora) la forma esiga più la struttura (così Martucci) o il programma letterario e comunque extramusicale (così, talvolta, Respighi); se sia serio parlare, a proposito di Respighi (o di Casella, o di Pizzetti), di implicazioni politiche.
La seconda parte del libro è un catalogo ragionato di tutte le composizioni di Respighi, mentre la terza parte esamina, in capitoli certamente tecnici ma chiarissimi a qualsiasi lettore, lo stile di Respighi, il suo itinerario tra tonalità e post-tonalità, le sue scelte inconfondibili. Ne risulta il carattere di un artista che si propose al pubblico "senza intermediazioni filosofiche o dissertazioni teoriche", con la forza del proprio convincimento artistico, anche contro una critica che Massimo Mila definì "carica di gelosia per il favore popolare che la sua musica si è conquistata".
Quirino Principe, "DEGNI DI NOTA" - Il Sole 24 Ore domenica 18 dicembre 2011
 

RITRATTI/ Ottorino Respighi e l'Orchestra del Duce
Alcuni anni fa uno storico del Novecento, Stefano Biguzzi, pubblicò un libro accattivante sia nel titolo sia nei contenuti: L’Orchestra del Duce. Il saggio esaminava, sulla base di documenti inediti, come Il Capo del Governo e Duce del Fascismo sia stato forse l’ultimo governante italiano a interessarsi in prima persona alla politica musicale del Paese e come i musicisti dell’epoca si fossero schierati in due grandi “partiti”. Gli “innovatori” (come Casella, Malipiero, Dallapiccola e lo stesso Pizzetti) ed i “tradizionalisti” (come Mascagni, Cilea, Alfano). Mussolini simpatizzava per i primi a ragione delle sue origini socialiste e della sua contiguità con il futurismo, ma non poteva non guardare con occhio benevolo anche ai secondi a ragione delle preferenze di un pubblico essenzialmente conservatore. Per compiacere i primi (e sé stesso) Mussolini creò il primo festival internazionale di musica contemporanea. Per tener buoni i secondi, diede a Mascagni l’alloro dell’Accademia d’Italia. Ottorino Respighi era il solo tra i grandi musicisti italiani di quel periodo a non suonare nell’orchestra del Duce.
Ce lo spiega il volume Ottorino Respighi - Un’idea di Modernità nel Novecento (Zecchini Editore, 2011) di Daniele Gambaro, pianista e clavicembalista ma anche acuto studioso della storia della musica nel secolo scorso. In effetti, mentre la seconda parte del volume è diretta a un pubblico con una cultura tecnico-musicale (esamina le peculiarità stilistiche delle composizioni di Respighi), la prima è un racconto, ancor più che un’analisi, del periodo e del clima culturale in cui Respighi crebbe e maturò. E spiega perché il compositore, direttore d’orchestra e pianista non ebbe mai l’esigenza di fare parte dell’Orchestra del Duce. Non tanto perché morì ad appena 56 anni, nel 1936, ma poiché la sua fama e reputazione internazionale lo ponevano su un piedistallo più alto di quello di gran parte dei compositori europei ed americani del periodo. Non aveva alcuna esigenza di mescolarsi con le diatribe e le polemiche interne alla professione nel BelPaese.
L’Italia musicale era al centro del “modernismo”, un crogiolo di sperimentazioni, di contaminazioni, di ricerche linguistiche, di riflessioni estatiche, unite al recupero del passato, alla connessione con le arti figurative, e anche alle nuove forme di fare politica. Respighi era protagonista indiscusso di questa importante fase, considerata, all’estero, essenziale per comprendere gli approdi della musica “forte” in Europa e negli Usa. A differenza di altri, riusciva a essere popolare presso il grande pubblico italiano e straniero, a essere eseguito nei maggiori teatri del mondo, a essere richiesto come direttore d’orchestra e come pianista. È una fase che – come rilevato su IlSussidiario.net del 30 settembre 2011 – in Italia si è teso a ignorare per decenni, ma che adesso viene “riscoperta” grazie a direttori d’orchestra di rilievo come Gian Luigi Gelmetti e Francesco La Vecchia.
Il lavoro di Gambaro è uno strumento essenziale per accostarsi a questa “riscoperta” e gustarla a pieno. I musicisti e i musicologi ne apprezzeranno l’analisi della ricerca timbrica e degli equilibri formali, nonché il modo di amalgamare sensualità mediterranea con elementi tardo romantici in gran misura di provenienza tedesca. Quelle che un tempo si chiamavano “le persone colte” la rievocazione di un’epoca e di un clima in cui in campo musicale non eravamo l’Italietta di cui spesso si narra, ma una fucina di idee e proposte centrale alla modernità in Europa e negli Usa.
Giuseppe Pennisi -  ilsussidiario.net - 4 gennaio 2012

Intervista su "Il Giornale di Brescia", 3 febbraio 2012

Intervista su "Corriere del Ticino", 29 febbraio 2012

Recensione su "Corriere del Teatro" marzo 2012

Recensione Amadeus - febbraio 2012
Il sottotitolo, stavolta, non è fatto per chiarire il titolo ma per "allargarlo": la trattazione del personaggio comincia infatti quando il volume è quasi a metà. La prima metà descrive l'Italia e l'Europa della fine dell'800 alla Seconda guerra mondiale: la storia, la cultura, finalmente la musica e quindi anche la generazione dell'80. Quindi, ecco il protagonista: una lunga biografia di Respighi tratta dagli scritti della moglie Elsa, il catalogo, la poetica e l'arte compositiva in genere, il pianismo in particolare. Interessante la biografia, che grazie anche all'origine fidatissima palpita sempre di verità e umanità: dalle origini borghesi a un pianoforte mai studiato per davvero (donde una musica pianistica senza scale!), dal singolare incontro con Rimsskij-Korsakov alle fortune bolognesi e romane, creative e istituzionali troppo presto interrotte (nel 1936, a 57 anni, a causa di una malattia oggi curabile con antibiotici, l'endocardite lenta). Quanto alla parte sull'opera bisogna registrare la completa assenza del teatro (una dozzina di lavori tutti assai valenti) e della musica vocale in genere, mentre quella strumentale risulta considerata e anzi analizzata precisamente e chiaramente, complici numerosi e sempre brevissimi esempi musicali.
Piero Mioli - Amadeus n° 267 febbraio 2012


Un brillante saggio su Ottorino Respighi di Daniele Gambaro
La casa editrice Zecchini di Varese riveste ai nostri occhi il merito precipuo di dedicare la totalità della sua produzione, peraltro tutta di ottimo livello, al mondo della musica, stampando saggi, manuali, biografie, epistolari, guide e perfino racconti e romanzi dedicati a compositori, direttori d'orchestra, cantanti e concertisti di cui trabocca la secolare storia dell'arte dei suoni. Fra le ultime interessanti pubblicazioni non possiamo non segnalare l'avvincente volume di Daniele Gambaro "Ottorino Respighi. Un'idea di modernità del Novecento", che riesce a tratteggiare con una scrittura quanto mai fluente, scorrevole e spigliata la vita e la produzione artistica del grande musicista felsineo, non senza opportunamente delinearne anche i tratti salienti della sua personalità, del suo carattere, della sua creatività e della sua concezione riguardante la funzione della musica nella realtà sociale.
L'autore ridimensiona, ed a ragione, l'adesione di Ottorino Respighi al regime fascista, dettato come quello di tantissimi altri artisti e uomini di cultura dell'epoca (vedi come esempio uno per tutti Norberto Bobbio) non certo per reale coinvolgimento emotivo, patriottico o etico, ma spintovi da motivi pratici di umana esistenza e sopravvivenza. A tal proposito ebbe ad annotare la moglie Elsa Olivieri Sangiacomo nel suo Ottorino Respighi: dati biografici ordinati da Elsa Respighi pubblicato da Ricordi nel 1954: «…Parve a taluno che il suo più famoso poema sinfonico Pini di Roma concludesse come esaltazione dello spirito fascista […] Respighi non fu mai fascista e scrivendo il suo poema pensava alla politica italiana quanto alla repubblica cinese […] Respighi non aveva nessuna attitudine politica: era un anarchico». Tutti i moralisti dell'estetica dovrebbero sempre operare dei netti distinguo fra una volontaria e attiva partecipazione ed una subìta, dolorosa acquiescenza alla dittatura. Spiega ancora con estrema acutezza e perspicacia Daniele Gambaro: «Respighi, figlio del proprio tempo, non può quindi fuggire al proprio destino. Allo stesso tempo egli, una delle maggiori espressioni artistiche del primo Novecento italiano (…), non vuole annichilire la propria personalità artistica in una nazione che contava circa venti milioni di iscritti all'unico partito italiano: non è legittimo aspettarsi questo, non è ragionevole avere la pretesa che egli, musicista di fama internazionale, rinunci alla propria arte in nome di una presa di posizione contraria al regime, evento per l'epoca limitato a pochi – certo eroici – casi.»
Anche nella definizione delle peculiarità stilistiche delle opere di Respighi, l'attento saggio di Daniele Gambaro riesce in poche battute a coglierne gli aspetti più distintivi e significativi: «Tra i componenti della generazione dell'80, Respighi è quello che maggiormente sembra refrattario alle conquiste moderniste della nuova frontiera post-romantica. Il suo campo di interesse, che comprende tutti i generi in auge all'epoca, vede l'impiego di alcuni procedimenti compositivi ricorrenti, a formare una cifra peculiare dell'arte del compositore bolognese. La ricerca di nuovi spazi espressivi riguarda innanzitutto il linguaggio armonico tonale, il cui adattamento in senso modernista vede l'impiego massiccio di contaminazioni con il modalismo e il gregoriano a trascura, quasi totalmente, l'atonalità, la politonalità e la dodecafonia». Il volume si serve anche di un'approfondita analisi delle opere più celebri e celebrate di Respighi fra le quali spiccano per popolarità e numero di rappresentazioni realizzate nel mondo il trittico di poemi sinfonici Le fontane di Roma, I Pini di Roma, Feste romane e le opere Belfagor, La campana sommersa, Maria Egiziaca e La Fiamma. La ricchezza del materiale grafico, iconografico, fotografico e i molti congruenti esempi musicali, nonché la completa catalogazione della produzione del musicista, rendono il saggio un valido ed esaustivo strumento per capire e approfondire la vita, il carattere e le creazioni del geniale compositore italiano.
Giovanni Pasqualin  Bellininews 6 giugno 2012



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ideazione e realizzazione M° Daniele Gambaro